IRPINIA
L'Irpinia
è la regione che corrisponde in gran parte alla
provincia di Avellino.
Situata nella parte meridionale della conca beneventana è formata principalmente
dalle valli degli affluenti di sinistra del
Calore, tra cui il
Sabato, più l'alta
valle dell'Ofanto.
Confina a
nord con la
provincia di Benevento,
a
ovest con l'agro
nolano, a
sud con la
provincia di Salerno
e la
Basilicata e a
est con la
Puglia.
Questo territorio comprende la dorsale dell'Appennino dalla
Sella di Ariano
alle sorgenti del
Sele, nel qual
tratto prende il nome di monti del Formicoso. Ad
ovest appartiene
alla provincia l'isolato gruppo del
Partenio con a
nord il monte Ciesco di 1498 m, il monte Avella di 1591 m e il monte Vallatrone
alto 1511 m; nella parte centrale la Toppola Grande alta 1368 m e
Montevergine con i
suoi 1480 m, noto per il
santuario verginiano;
a sud il monte Pizzone e il Pizzo d'Alvano rispettivamente di 1109 m e 1133 m. A
sud la provincia è
limitata dal gruppo dei monti Picentini che, a partire dal pizzo s. Michele
(1564 m.) e il
monte Faito (1303
m.), nei pressi di
Solofra e
Montoro, passando
per il
monte Terminio
(1783 m), con il suo altopiano di Verteglie, il Sassosano (1441 m.), la
Felascosa (1368 m.) e l'Accéllica (1660 m), verso
Montella, fino ai
monti Calvello (1579 m) e Pollaro (1282 m), costituiscono, assieme al gruppo del
Laceno, il
Cervialto di 1809 m e il Raiamagra alto 1667 m, un intricato gruppo montagnoso
ricco d'acque e selvoso. Da questo si diparte la diramazione che forma
l’ossatura della
penisola Sorrentina.
Ad est la provincia è segnata dalla valle dell'Ofanto
e dal lago di S. Pietro, mentre a nord degrada verso il
Sannio e la
Daunia.
Il territorio, in prevalenza montuoso, si presenta come un intrico di valli e
alture: nella zona sud orientale si elevano le cime più alte, il Cervialto e il
Terminio, essenzialmente di origine carsica. Ad ovest il territorio è di origine
argillosa per cui i rilievi raggiungono altezze inferiori. Per l'abbondanza
delle sue acque, ha origine in questa provincia il Canale di Serino, opera
colossale, che fornisce acqua alla città di
Napoli.
STORIA
Dal XII al X secolo a. C., per successive ondate
immigratorie, penetrarono in
Italia, dal
Veneto, popoli di
lingua indo-europea che dettero origine nelle zone del centro-Italia più
occidentali ai Prischi-Latini,
e ad est, sulla dorsale appenninica, agli Umbro-Sabini.
Queste tribù si sovrapposero ai più antichi insediamenti di Itali e
Ausoni, o
Enotri, formando
un unico corpo civile. I coloni provenienti dalla
Grecia chiamarono
queste popolazioni Opsci, trasformato poi in
Osci o Oschi a
significare incolti, estranei alla civiltà greca.
Dal VI secolo a. C. si assistette a successive e massicce migrazioni verso Sud
dei Sabini, distaccatisi dagli
Umbri, in ossequio
al ver sacrum, la primavera sacra, un antichissimo rito dei popoli
italici praticato in tempo di pericolo o in caso di elevata densità di
popolazione. Sotto la guida di un animale sacro, i Sabini penetrarono lungo la
dorsale appenninica dai confini dell’Umbria
sino all’Aspromonte.
I primi "sacrati", secondo la tradizione, erano in settemila guidati da Comio
Castronio e sotto il vessillo del toro occuparono le terre tra il
Molise, il Matese
e il fiume Tammaro, dando origine alle genti sannitiche.
L'antica e corretta denominazione, in
lingua osca, dei
Sanniti è
Safineis, come riportato su alcune epigrafi e monete ritrovate in molti
scavi archeologici. Il nome latino Samnites sembra essere una degenerazione
linguistica di Sabini, da cui Sabnites e quindi Sanniti.
Un ulteriore insediamento di tribù sabelle occupò la regione compresa tra il
fiume Sabato, il Calore e l'Ofanto: si chiamarono
Irpini, dal nome
dell'animale, loro insegna, venerato in onore del dio Marte: Hirpus
che nella lingua osca significa lupo.
Non è da escludere l’ipotesi secondo la quale quel nome fosse attribuito dagli
abitanti della Conia, antico nome della
Campania, e dell’Apulia
per le incursioni fatte da quei guerrieri agresti e rudi nelle pianure e nelle
zone vicino al mare. Essi piombavano all’improvviso dai monti scorrazzavano,
saccheggiavano e poi si ritiravano sui monti, a guisa di lupi, con le loro
prede.
Gli Irpini, staccatisi dal corpo sannitico e costituitisi in nazione assoluta e
indipendente con confini del territorio e propri ordini militari e civili,
conservarono le antiche tradizioni e la
lingua osca. Il
ritrovamento fatto a fine '700 della
Tavola Bantina, ha
permesso la comprensione e lo studio di quest'antico idioma italico. La tavola
in bronzo, rinvenuta nella cittadina di
Banzi, ovvero
l'antica città osca Bantia nel potentino, reca l'iscrizione di una legge della
città sia in osco sia in latino.
Nei tempi più antichi l’Irpinia, propriamente detta, era delimitata ad ovest dai
gioghi del monte Partenio, a sud arrivava sino ai monti Picentini, lungo la
catena del Terminio (monti
Lattari) sino alle sorgenti del Sele (monte
Celica e Cervalto, ovvero Accélica e Cervialto) per continuare lungo il greto
dell’Ofanto sino ai confini della
Peucezia, oltre
Monteverde. Ad est raggiungeva la valle dell’Ufita, affluente del fiume Calore,
dove incontrava i territori della Daunia; a nord confinava con la valle Caudina
e il Sannio. I centri irpini più importanti furono: Maleventum (Benevento),
Romulea (Bisaccia), Compsa (Conza),
Aquilonia, Lacedonia e Abellinum, sita nei pressi dell'odierna
Atripalda sulle
rive del fiume Sabato.
Per mancanza delle antiche fonti storiche non è accertabile un’età precisa
sull’insediamento degli Irpini in queste terre. È certo, però, che prima
dell’anno 342 a. C., allorché cominciò la
prima guerra tra Sanniti e Romani,
gli Irpini si erano stabiliti, già da tempo, nel territorio cui avevano imposto
il loro nome. Essi compaiono, per la prima volta, col proprio nome al tempo
della spedizione di
Pirro, nel 280 a.
C. . Abellinum fu conquistata dai romani nel 252 a. C.
Le tribù irpine erano organizzate in pagi, cantoni nei quali erano sparse
capanne o casupole e dove esisteva una rocca che offriva un sicuro riparo in
caso di guerra e che custodiva le cose sacre della comunità . I Safini, o
Sabhini, non costituirono mai uno stato centrale, le singole tribù, "sacrate" a
Mamerte (Marte), secondo la divinazione del ver sacrum, formarono ognuno
un'entità politico-amministrativa chiamata toutus. I sanniti contarono quattro
touti: i
Pentri, con
Bovianum Vetus (Pietrabbondante)
quale località dove si svolgevano i rituali sacri e le attività sociali e di
governo, occuparono l'alto e medio
Molise e l'alta
valle del Sangro; i
Carricini con
Cluviæ, si
stanziarono tra il
Sangro e il
Trigno; i Caudini
con Caudium (Montesarchio),
si insediarono nella pianura campana lungo il corso del
Volturno; gli
Irpini, con Malies o
Maloenton,
rinominata poi dai Romani Beneventum, occuparono le terre tra l'Ofanto e il
Calore. Capo del touto era il Meddis Toutiks. Era eletto democraticamente e
affiancato da un collegio costituito dal Meddix Aticus, una sorta di ministro
delle finanze, e dai rappresentanti dei vari pagi, guidati dal Meddix Minor.
I pagi, autoctoni e autonomi, erano generalmente retti da libere assemblee,
alcune con costituzione democratica, sul modello greco, altre governate da
oligarchi. Vi si organizzava il reclutamento militare, si approvavano le leggi
locali e si eleggevano i rappresentanti al touto. Ogni pagus era, a sua volta,
organizzato in vari insediamenti diffusi sul territorio, costituiti dai vici e
dagli oppida. Il vicus aveva funzioni prettamente economico-produttive ed era
situato in zone piane o pedemontane, l'oppidum era un castello fortificato con
un presidio militare posto sulle alture. La sicurezza e l'organizzazione del
territorio erano garantite da un forte e capillare controllo esercitato da
un'entità governativa che imponeva il rispetto delle leggi locali e del touto.
A seconda delle
circostanze e convenienze i touti si federavano per fronteggiare le minacce alla
loro integrità territoriale. Nel V secolo a. C., i Samnites costituirono una
sorta di Lega per sottrarre agli
Etruschi la città
di
Capua con l'intera
pianura campana fino a
Stabiæ.
Successivamente espugnarono ai Greci la città di
Cuma sottraendo
loro il controllo della costa tirrenica della Conia. Una testimonianza dei
vincoli federativi tra le tribù irpine è documentata da un’antica moneta in
bronzo, anteriore per conio alla fine della
terza guerra sannitica
(275 a. C.), nella quale si accenna ad una lega stretta tra i quattro pagi, i
quali traevano la loro origine direttamente dagli dei Tefer, antico dio della
guerra italico , e Herentateis, dea della bellezza e dell’amore, e altre sette
tribù, costituenti una costellazione politica maggiore quali potevano essere gli
Abellinates. A riprova del vincolo federativo delle comunità irpine, ma allo
stesso tempo della loro autonomia, vanno citati gli eventi della
seconda guerra punica,
allorquando
Annibale si
presentò ai popoli italici come il liberatore dal giogo di Roma. Gli Irpini,
all’appello del duce cartaginese, si mostrarono disuniti, divisi com’erano in
due diversi partiti politici: uno aristocratico, fedele, secondo gli antichi
patti di un fœdus iniquum, all’alleanza romana, e l’altro democratico, aperto ad
ogni novità. Non si riuscì a raggiungere un’intesa tra le tribù irpine neppure
all’epoca della
guerra sociale,
quando i popoli assoggettati a Roma insorsero affinché fossero loro conferiti
gli stessi diritti politici degli abitanti dell’Urbe. Gli Irpini si divisero in
una parte favorevole al Senato, quella aristocratica, e in una parte popolare
che teneva per gli insorti; si ritrovarono quindi a combattere sui due fronti
opposti, gli uni contro gli altri. La feroce riconquista delle popolazioni
sollevate da parte di
Silla indusse,
anzitempo, gli Irpini insorti a trattare la resa. La volontaria dedizione dei
pagi irpini indusse
Mario a concedere
loro, nel 87 a. C., la cittadinanza. Il favore guadagnato da Mario per i
benefici concessi segnò la fine del touto irpino. Infatti, con lo scoppio della
guerra civile tra le opposte fazioni dei sostenitori di Mario e di Silla e la
definitiva vittoria di quest’ultimo, gli Irpini furono proscritti ed ebbero i
beni confiscati. L’uccisione o la riduzione in servitù dell’antica gente, ad
eccezione dei partecipanti alla legione irpina, rimasti fedeli a Silla, portò
alla cancellazione anche della favorevole condizione giuridica: persero la loro
indipendenza e autonomia , furono privati del loro territorio e i possedimenti
sia privati che pubblici, furono distribuiti tra i legionari o avocato alla
repubblica romana.
L'indomita Irpinia fu separata dal Sannio, che rientrò nella IV regione, e
inclusa nella I Regio:
Latium et Campania e
controllata dalla colonia militare di Compsa. Con la divisione dell'Italia, nel
22 a. C., in distretti amministrativi, fiscali e giudiziari, operata
dall'imperatore
Cesare Augusto,
l'Irpinia fu trasformata in colonia imperiale col nome di
Livia, moglie
dell'imperatore. Nel III secolo d. C. l'imperatore
Alessandro Severo
ampliò consistentemente la colonia sotto il titolo di colonia Livia Augusta
Alexandrina con una massiccia immigrazione di elementi orientali. Ciò contribuì
a diffondere in questi territori antichi culti levantini come il
Sol Invictus.
Legato al culto del dio
Mitra,
personificazione del Sole, Dio che combatte e uccide un toro, simbolo del male,
la festività del Sole invitto, celebrata il 25 dicembre, fu istituita in tutto
l’impero romano nella seconda metà del III secolo dall’imperatore
Aureliano. Già gli
antichi egizi celebravano la rinascita di
Horus, figlio di
Iside e
Osiride, con una
festa di dodici giorni. I romani, nel periodo dal 17 al 24 dicembre, svolgevano
i
Saturnalia, feste
orgiastiche dedicate a
Saturno, dio
dell’agricoltura e patrono dell’assoluta libertà primitiva. In questi giorni si
viveva in pace e senza bisogno di lavorare, ci si scambiava regali e si
partecipava a sontuosi banchetti. La gente si abbandonava ad ogni tipo di
baldoria. Ovunque vi erano spettacoli di musici, saltimbanchi, illusionisti e
danzatrici. Uno dei gesti più diffusi per celebrare il solstizio era accendere
grandi fuochi bruciando ceppi di quercia, legno propiziatorio, per vincere
l’oscurità e espiare i peccati dell’anno precedente, salutare la nascita del
Sole, fonte di nuova energia, fertilità e fecondità e riprendere così a guardare
con fiducia al futuro.
In Irpinia, a
Candida,
più che in altri paesi limitrofi dove si è trasformato e adattato a specifiche
feste religiose, si è conservato il carattere originario del
focarone, il grande fuoco
attorno a cui si raccoglie la comunità per celebrare la rinascita a nuova vita,
sia nell’accezione pagana della natura, sia nell’interpretazione cristiana dello
spirito.
Un tempo, alla vigilia dell'Ascensione, le
ragazze in cerca di marito lasciavano sul davanzale di casa un bicchiere d'acqua
con una rosa, convinte che durante la notte Gesù sarebbe disceso dal cielo per
benedirla. Il mattino seguente le giovani bevevano l'acqua, quindi lasciavano
essiccare la rosa, che conservavano poi nel libro delle preghiere.
I principali centri
A seguito di studi condotti dallo storico locale
Domenico Cambria,
che ha pubblicato "Hirpinia, il Sannio ritrovato", visibile sul
suo sito, sembra
che tra Nusco (Nucras) e Bagnoli (Batulum) sia stato ritrovato l'insediamento
della vecchia Bovianum trattata durante la III guerra sannitica, anche se le
scoperte non sono ancora state riconosciute dalla locale soprintendenza.
Inoltre, sulle coste dei monti di Bagnoli e di Nusco sono stati rinvenuti dei "menhir"
con sopra chiare lettere che si rifanno all'ogham ed al runico: questo
lascerebbe pensare che la tribù degli hirpini all'interno del Sannio fosse
originariamente un popolo celtico o appena pre-celtico, partito dal centro
Europa verso il 3-4000 a.C. portandosi dietro tutta la precedente cultura,
addirittura pre-neolitica, rimasta intatta sino ai nostri giorni. Alcuni
ritrovamenti, come il luogo sacro di Nusco, sono addirittura sconvolgenti.
Inoltre, sempre dagli studi condotti dal Cambria, sembrerebbe che la storia del
sannio sarebbe tutta da modificarsi in quanto la maggiore e più potente tribù
del Sannio era proprio quella degli hirpini, che occupava il territorio per ben
2/3 della sua composizione. Gli hirpini, per la loro belligeranza, furono
dapprima reclusi sui loro monti (gli attuali Picentini), poi cancellati dagli
annali storici quando si allearono ad Annibale. Così' come è stata scritta, e
dai chiari reperti rinvenuti, sembrerebbe proprio che il Cambria abbia ragione
da vendere. Ma, come spesso avviene per questo tipo di scoperte, i tempi sono
lunghi, prima che qualcosa cambi.
I prodotti
L'Irpinia è famosa per la produzione di
vino. Tra i più
pregiati vi sono il
Fiano di Avellino,
il
Greco di Tufo, l'Aglianico
e il
Taurasi. Altri
prodotti tipici sono i gustosi formaggi locali, tra i quali ricordiamo il
"Caciocavallo" podolico (Calitri, Bisaccia), la "Scamorza", ecc. Inoltre è
importante anche la produzione di salame, come la "Subbursata" o "Sopressata",
la "Salsiccia" e la pasta casereccia (Cavatielli, Maccaronare, Lagane). Il
Tartufo di Bagnoli, La Castagna del Terminio (Montella e Serino) e le famose
Nocciole Irpine. Semplici e raffinate le ceramiche di Calitri la cui arte venne
forse introdotta da artigiani provenienti da Faenza.