Occupazione
ed Economia in Campania
Le recenti vicende congiunturali
Dopo un 2000 particolarmente positivo, soprattutto nella
seconda parte dell'anno, l'economia campana ha subito una
battuta d'arresto nei primi mesi del 2001. I risultati della
rilevazione congiunturale realizzata da Unioncamere Campania
nel 1° trimestre del 2001 sulle imprese manifatturiere della
regione con almeno 10 addetti evidenziano una flessione
della produzione industriale dello 0,8% rispetto al quarto
trimestre del 2000.
Il rallentamento dell'economia campana è confermato dai dati
relativi all'andamento delle vendite. Il fatturato
realizzato dalle imprese nel primo trimestre del 2001,
infatti, è diminuito del 3,4% rispetto all'ultimo trimestre
del 2000. Coerentemente si è assistito ad un livello di
utilizzazione delle risorse inferiore rispetto al periodo
precedente, sia per quanto riguarda le risorse umane sia per
quanto riguarda la capacità produttiva degli impianti.
La situazione evidenziata si riflette sulla base produttiva
regionale. Nel periodo di riferimento, infatti, la "nati-mortalità"
delle imprese campane ha evidenziato un saldo negativo,
anche se la contrazione rilevata dai Registri delle Camere
di Commercio risulta di entità contenuta. Sul versante
dell'export, i dati rilevati dall'indagine evidenziano una
diminuzione della capacità di penetrazione dell'economia
campana sui mercati esteri. Il rapporto fra le vendite
all'estero e il fatturato totale delle imprese è risultato
pari al 22%. Il trend è peraltro confermato dai dati
rilevati dall'ISTAT che, per lo stesso periodo di tempo,
evidenziano una flessione dei valori delle esportazioni per
quasi tutti i settori produttivi dell'economia regionale.
Lo scenario negativo definito dall'analisi dei dati
statistici viene in parte mitigato dalle aspettative degli
imprenditori intervistati, aspettative che vengono
puntualmente rilevate dall'indagine di Unioncamere. In
questo senso, gli imprenditori campani appaiono
particolarmente ottimisti per quanto riguarda l'andamento di
breve periodo della domanda estera e le prospettive
evolutive della domanda interna e della produzione.
Il mercato del lavoro e le sue fragilità
La principale fonte informativa per ricostruire lo scenario
occupazionale della Campania, in termini sia strutturali che
dinamici, è rappresentata dall'indagine sulle Forze di
Lavoro, che l'ISTAT realizza a cadenza trimestrale. Sul
fronte del mercato del lavoro, la Campania si caratterizza
per una situazione di estrema fragilità. Il tasso di
disoccupazione regionale, seppure in calo negli ultimi anni,
si colloca stabilmente al di sopra del dato medio nazionale:
il 23,7% nel 1999 e nel 2000 (rispetto all'11,4% e al 10,6%
rilevato in Italia negli stessi anni) e il 22,5% nel 2001 (rispetto
al 9,5% nazionale).
Il ritardo della regione si amplifica nel dettaglio dei
segmenti del mercato del lavoro tradizionalmente più "deboli".
E' il caso, ad esempio, della componente femminile. Nel
2001, infatti, il tasso di disoccupazione femminile rilevato
dall'ISTAT in Campania è risultato pari al 32,1%, rispetto
al 13,0% registrato a livello nazionale. Anche per i giovani
la situazione appare particolarmente critica e le barriere
all'entrata del mercato del lavoro sembrano essere, in
alcuni casi, insormontabili. Nel 2001, ad esempio, la
disoccupazione giovanile - quella riferita cioè alla
popolazione di età compresa fra i 15 e i 29 anni - è stimata
dall'ISTAT al 50,1%, dato questo decisamente superiore
rispetto al 21,2% rilevato su scala nazionale.
Il tasso di disoccupazione regionale nasconde differenze
interessanti nel dettaglio territoriale. Le province campane
presentano infatti trend e livelli di disoccupazione
abbastanza diversi l'una dall'altra. L'analisi dei dati medi
relativi all'anno appena trascorso indica che la situazione
migliore sul versante dell'occupazione si registra nella
provincia di Avellino dove, nel 2001, il tasso di
disoccupazione è risultato pari al 14,2%. In seconda
posizione, quanto a performance occupazionali, si colloca la
provincia di Salerno (15,1%), seguita da Benevento (16,9%).
Lo scenario si presenta invece decisamente più critico a
Caserta (24,6%) e a Napoli (26,4%), le uniche due province
campane con un tasso di disoccupazione superiore al dato
medio regionale.
Il confronto con i dati relativi al 2000 segnala infine un
miglioramento in tutte le province, ad eccezione di Caserta,
dove l'ISTAT rileva un aumento del tasso di disoccupazione
dal 23,7% del 2000 al 24,6% del 2001.
L'incontro domanda-offerta e la struttura
dell'occupazione
I tassi di occupazione presenti nella popolazione di
età compresa fra i 15 e i 64 anni costituiscono un indicatore di
importanza non inferiore a quelli dei tassi di
disoccupazione. Nel caso del tasso di occupazione, infatti,
l'aspetto del mercato del lavoro focalizzato non si
riferisce all'offerta di lavoro insoddisfatta, ma alla
consistenza dell'incontro della domanda e dell'offerta in
una determinata area. Il tasso di occupazione per la
popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni rilevato
nel 2001 nella regione è pari al 40,5%. La consistenza
dell'incontro fra domanda e offerta sul mercato del lavoro
campano, dunque, risulta non solo inferiore a quella
rilevata a livello nazionale, dove il tasso di occupazione è
pari al 54,6%, ma la più bassa fra le regioni italiane.
Passando ad esaminare le caratteristiche della struttura
occupazionale, i dati relativi al 2001 segnalano anche in
Campania la netta prevalenza dell'occupazione dipendente. Il
71,5% degli occupati ha un lavoro di tipo dipendente,
coerentemente con quanto rilevato a livello nazionale
(72,1%). I contratti di lavoro a tempo parziale risultano
invece meno diffusi che altrove: in Campania lavora part
time il 6,2% degli occupati, rispetto all'8,4% dell'Italia.
In ambito regionale si accentua dunque una difficoltà tutta
italiana a metabolizzare il tempo parziale. Nonostante che
la legislazione che regola i contratti part time abbia
recentemente fatto passi in avanti, il loro utilizzo da
parte delle imprese resta piuttosto modesto nel confronto
con gli altri paesi europei.
Una specificità dell'economia campana è rappresentata
dall'ampia diffusione dei contratti di lavoro a termine, che
nel corso del 2001 hanno interessato il 10,9% dei lavoratori
campani. Peraltro la modalità del lavoro a termine, stando
ai dati ISTAT, rappresenta una prerogativa delle regioni del
Mezzogiorno, dove questa tipologia contrattuale pesa per il
14,4%, rispetto al 6,8% rilevato nelle regioni del Nord
Ovest.
I tempi di ingresso sul mercato del lavoro risultano infine
più dilatati che altrove. Se si fa riferimento alle persone
in cerca di occupazione, infatti, l'incidenza dei
disoccupati di lunga durata è stimata in Campania al 76,8%,
rispetto al 61,6% nazionale.
Le previsioni degli imprenditori campani: 25
mila posti di lavoro in più
Il quadro non positivo che emerge dai dati ISTAT relativi
all'offerta di lavoro viene in parte mitigato dai risultati
della quarta indagine Excelsior, conclusa da Unioncamere
all'inizio del 2001. L'indagine, che coinvolge un campione
di circa 100 mila imprese con dipendenti, ha l'obiettivo di
stimare le assunzioni e le uscite di lavoratori previste
dagli imprenditori nell'arco di 12 mesi e di raccogliere
indicazioni sulle professionalità necessarie al tessuto
produttivo.
Stando alle previsioni formulate dagli imprenditori campani,
le assunzioni previste dovrebbero attestarsi intorno alle 44
mila unità, contro 18 mila uscite. L'indagine di Unioncamere
stima quindi per la Campania oltre 25 mila posti di lavoro
in più, per un saldo regionale del 5,1%, rispetto al 3,9%
stimato a livello nazionale.
Coerentemente con quanto rilevato per l'Italia, la crescita
occupazionale prevista dovrebbe essere particolarmente
significativa per le imprese di piccole dimensioni. A fronte
di un incremento complessivo di occupati del 5,1%, infatti,
il tasso di crescita per le imprese campane con meno di 10
dipendenti dovrebbe raggiungere l'11,8%. Per le imprese con
più di 500 addetti, invece, l'indagine stima una contrazione
occupazionale dello 0,6%.
La crescita della domanda di lavoro e i
processi di ristrutturazione
Quali le cause di un risultato così positivo e comune,
peraltro, a molte regioni del Mezzogiorno? Gli analisti
concordano nel ritenere che la crescita della domanda di
lavoro in Campania - e più in generale nel Mezzogiorno - è
in larga misura imputabile ai processi di ristrutturazione
in atto nel sistema produttivo italiano. Le esigenze di
flessibilità e di specializzazione che il mercato impone in
maniera sempre più pressante alle imprese da un lato
privilegiano la piccola dimensione e dall'altro spingono le
imprese più grandi ad esternalizzare le attività a minore
valore aggiunto. Coerentemente con quanto descritto, i
fabbisogni professionali tendono a diversificarsi in
relazione alla dimensione d'impresa. Le imprese di maggiori
dimensioni privilegiano la qualità rispetto alla quantità:
meno personale, ma in possesso di qualifiche medio-alte
(soprattutto quadri e tecnici). Le piccole imprese sono
invece portatrici di un fabbisogno più ampio, ma di livello
qualitativo più contenuto.
In tale contesto, quindi, sono le regioni con maggiore
disponibilità di offerta di lavoro ad avvantaggiarsi dei
processi di ristrutturazione in atto. Tuttavia, non è
superfluo ricordare che lo spostamento di attività
produttive - e conseguentemente di opportunità di lavoro -
nel Mezzogiorno è stato possibile soprattutto grazie alle
nuove tecnologie, che consentono di integrare i processi
produttivi attraverso sistemi informativi e comunicativi e
di superare il concetto di localizzazione.
L'ipotesi formulata dagli analisti è confortata dai dati.
Nel caso della Campania, ad esempio, delle 44 mila
previsioni di assunzioni formulate dagli imprenditori
intervistati, poco più del 5% riguardano personale in
possesso di un diploma di laurea (rispetto al 7,7%
nazionale). Il 47,6% delle assunzioni programmate riguarda
invece personale di bassa qualifica, con un percorso
formativo che non va oltre la scuola dell'obbligo.
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