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anno scolastico 2005/2006 |
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QUARTA L |
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Scuola, ancora tante difficoltà e l'Europa è sempre più lontana La scuola italiana è ancora lontana dagli obiettivi europei. Troppi gli alunni che lasciano i banchi precocemente, pochi i giovani in possesso di un diploma, pochissimi gli adulti impegnati in attività di "apprendimento permanente" e, ancora una volta, troppi i ragazzini che incontrano serie difficoltà a comprendere quello che leggono: gli analfabeti di ritorno che hanno fatto tanto discutere non più di qualche mese fa. Unico segnale positivo arriva dai laureati nelle facoltà scientifiche che crescono, ma non quanto dovrebbero. Per raggiungere gli obiettivi prefissati dall'Unione Europea c'è ancora tanto da fare e il 2010 si avvicina. Il quadro tutt'altro che positivo emerge dall'ultima relazione della Commissione Europea sullo stato d'avanzamento del programma "Istruzione e formazione 2010". Cinque le aree strategiche scandagliate (Competenze chiave, dispersione scolastica, numero di giovani che hanno raggiunto almeno il diploma, partecipazione degli adulti a corsi d’istruzione permanente e spesa pubblica per l'istruzione). In quasi tutte le graduatorie, malgrado alcuni progressi registrati negli ultimi anni, l'Italia occupa le ultime posizioni. Come nella capacità di "comprensione del testo" mostrata dai quindicenni italiani. La percentuale di coloro che non superano il primo livello (il più basso) del test Pisa ("Programme for International Student Assessment", programma per la valutazione internazionale dell'allievo) per la lettura è enorme: il 23,9 per cento, nel 2003, contro il 18,9 del 2000. I giovani italiani risultano "più bravi" soltanto dei compagni provenienti da Grecia e Slovacchia. La media europea si attesta 4 punti più in basso (19,8 per cento). Dispersione scolastica I dati si riferiscono al 2004. La percentuale di giovani italiani di età compresa fra i 18 e i 24 anni in possesso "solo del diploma di secondo grado inferiore", la nostra licenza media, e che non frequentano neppure la formazione professionale - sono cioè definitivamente usciti dal sistema formativo - è ancora alto. Dei 25 paesi dell'Europa "allargata", ci superano solo Malta, Spagna e Portogallo. Quasi un quarto (il 22,3 per cento, in calo rispetto al 2000) della popolazione di riferimento è in possesso della sola licenza media: titolo considerato a livello europeo del tutto insufficiente per affrontare le sfide sociali, economiche e lavorative del terzo millennio. La media europea è di gran lunga inferiore (15,7 per cento) e basta il confronto con paesi come la Francia (al 14,2 per cento) e la Danimarca (8,1 per cento) per darci la misura del cammino ancora da percorrere. Dati abbastanza recenti anche per i giovani in possesso almeno della maturità. In Italia, nel 2004, erano quasi 73 su 100 i giovani fra i 20 e i 24 anni in possesso del diploma. Ancora quartultimi, con la media europea più bassa di 4 punti, la Norvegia oltre il 95 per cento è l'obiettivo del programma "Istruzione e formazione 2010" è lontanissimo. Per vincere la sfida del futuro, non solo economica, l'Europa punta sul cosiddetto lifelong learning (l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita) che coinvolge gli adulti nella fascia d'età 25-64 anni. In Italia (dati 2004) sono ancora pochissimi gli adulti coinvolti in specifici programmi di apprendimento. Appena il 6,8 per cento, contro il 27,6 percento della Danimarca, il 10 per cento dell'UE, il 24,6 della Finlandia e il 35,8 della Svezia. Infine, gli investimenti pubblici nel sistema educativo: gioia e dolore dei governi di tutto il mondo. Nel 2000, l'Italia ha investito in educazione il 4,57 per cento del PIL, un anno dopo nel 2001 il 4,98 per cento, ma nel 2002 l'investimento cala al 4,75 per cento: mezzo punto in meno della media europea. Parecchio indietro rispetto a paesi come la Norvegia (7,63 per cento) la Francia (5,81), l'Inghilterra, la Polonia, il Portogallo e gli Stati Uniti. I benchmark (i livelli di riferimento prefissati). Nel 2000 l'Unione Europea, per quanto riguarda l'istruzione e la formazione nei paesi membri, ha fissato alcuni obiettivi da raggiungere entro il 2010. Durante la marcia di avvicinamento sono stati apportati alcuni correttivi ed è stato stilato il programma "Istruzione e formazione 2010". Entro il 2010, la percentuale di quindicenni che fanno registrare difficoltà nella lettura e nella comprensione del testo (livello 1 del test Pisa) deve essere inferiore al 15,5 per cento, nel 2003 l'Italia si attestava al 23,9, l'Europa al 19,8. La percentuale di 18-24enni in possesso di un diploma di livello inferiore (la terza media) deve scendere al 10 per cento. Nel 2004, l'Europa si attestava al 16 per cento e l'Italia al 22,3. Anche il numero di diplomati deve crescere sensibilmente: entro il 2010, la media europea dei 20/24 enni deve registrare una percentuale superiore all'85 per cento. Dalle nostre parti, nel 2004, la cifra era di 72,9. Stessa cosa per gli adulti impegnati in programmi di istruzione permanente. Occorre raggiungere mediamente il 15 per cento. Nessun paese deve, inoltre, registrare livelli inferiori al 10 per cento. Il 6,8 per cento italiano del 2004 è ancora piuttosto lontano. Devono anche aumentare i laureati delle facoltà scientifiche (Matematica, Scienze e Tecnologia). L'Italia entro il 2010 ne deve contare, in luogo dei 66,8 mila del 2004, ben 79 mila. In questo campo sono stati fatti dei sensibili progressi, ma ancora occorre lavorare. L'obiettivo di Lisbona 2000 e i rischi "Nel marzo 2000 il Consiglio europeo di Lisbona ha fissato il seguente obiettivo strategico: l'Europa deve diventare entro il 2010’ l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale'. Tale obiettivo ha dato un impulso decisivo a una cooperazione più stretta a livello europeo in materia di istruzione e formazione". È il parere del Comitato economico e sociale europeo del giugno 2003. Il mancato raggiungimento di questi obiettivi cosa produrrà, secondo gli esperti comunitari? La risposta si trova nella relazione sullo stato d’attuazione del programma "Istruzione e formazione 2010" dello scorso dicembre. "L'Europa si trova oggi ad affrontare enormi sfide socioeconomiche e demografiche, associate all'invecchiamento della popolazione, all'alto numero di adulti con scarse qualifiche, all'alto tasso di disoccupazione, ecc. Al contempo vi è una necessità crescente di migliorare il livello delle competenze e delle qualifiche sul mercato del lavoro. È necessario rispondere a queste sfide per migliorare la sostenibilità a lungo termine dei sistemi sociali europei. Istruzione e la formazione sono parte della soluzione a questi problemi". Scuola e università al centro della crescita sociale, non solo quindi questioni economiche. "È dunque particolarmente preoccupante che, malgrado il rapido raggiungimento del benchmark in materia di laureati in Matematica, Scienze e Tecnologie raggiunto, siano invece troppo pochi i progressi riguardi ai benchmark più strettamente legati all'inserimento sociale". Ecco i rischi di un sistema d’istruzione e formazione non adeguato. "Se non verranno dedicati molti più sforzi - si legge nella relazione - a temi quali la dispersione scolastica, il completamento dell'insegnamento secondario superiore e le competenze chiave, una quota maggioritaria della prossima generazione dovrà affrontare l'emarginazione sociale, e il conto verrà pagato dagli interessati stessi, dall'economia europea e da tutta la società". Una prospettiva tutt'altro che rosea. "Investire nell'istruzione e nella formazione costa - affermano i tecnici - ma a lungo termine le ripercussioni positive in termini individuali economici e sociali bilanciano le spese sostenute". Chi vuol sentire senta. (www.repubblica.it-17 febbraio 2006) TUTOR: PROF.ESSA GINEVRA LUCIA ALUNNI CLASSE IV L Alessio Falace Antonella Greco Orazio Ciro Iuliano Salvatore Florio Luca Diodato De Martino (III L) Il commento La Scuola e l‘Europa L’attuale preoccupante situazione del sistema scolastico italiano "Bisogna iniziare a preoccuparsi": questa la sentenza di una recente ricerca che ha evidenziato pregi e difetti dei sistemi scolastici delle nazioni di tutta l’Unione Europea. Tra i paesi che presentano la situazione più preoccupante vi è l’Italia dove, nonostante un leggero miglioramento della situazione, i giovani italiani che lasciano gli studi precocemente o che incontrano difficoltà nell’apprendere ciò che leggono sono sempre molti. I dati parlano chiaro: secondo una ricerca del 2004 i giovani italiani (dai 18 ai 24 anni) che avevano abbandonato gli studi prima di aver raggiunto almeno la licenza media superiore o comunque un diploma, titolo di studio considerato semplicemente indispensabile dall’Unione Europea, ammontava al 22,3 %, percentuale di gran lunga superiore al 15,7 % dell’attuale media europea e all’obiettivo prefissato per il 2010 dai 25 Paesi dell’Unione del 15 %. Altro dato importante è rappresentato dal cosiddetto "Lifelong Learning", ovvero un programma di apprendimento da seguire per tutto l’arco della vita (dagli adulti compresi tra i 25 e i 64 anni). In Italia questo programma è seguito solo dal 6,8 % degli adulti, percentuale ridicola, se confrontata ai dati riguardanti le nazioni Scandinave, dove c’è una media del 29 %. Per tornare ai giovani sono significativi anche i risultati riguardanti il PISA (test che rileva le difficoltà nell’apprendimento). Secondo la ricerca del 2003, la percentuale di studenti italiani che trova difficoltà nell’apprendimento di un testo scritto ammonta al 23,9 %, contro una media europea del 19,8 % e soprattutto contro l’obiettivo europeo fissato per il 2010 al 15,5 %. Anche in materia di laureati bisogna ancora lavorare: l’obiettivo europeo per il 2010 per l’Italia è fissato a 79 mila laureati, molti più degli attuali "dottori" italiani che arrivano soltanto a 66 mila. Infine, ma non per questo meno importante, vanno analizzati gli investimenti pubblici del governo italiano in tema d’istruzione: gli ultimi dati disponibili, del 2002, sottolineano l’investimento del 4,75 % del PIL, inferiori dello 0,50 % alla media europea e addirittura non paragonabile agli investimenti di alcuni paesi, come la Norvegia, che arrivano fino al 7,63 % del PIL. È chiaro che gli obiettivi europei non saranno raggiunti, almeno non per il 2010. Perciò a questo punto occorre porsi una domanda: a cosa porteranno i gravi ritardi già registrati e già prospettati per il futuro? La risposta di alcuni esperti non si è fatta attendere. E’ molto probabile che in futuro si incontreranno difficoltà per quanto riguarda l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, dovute ai sempre più alti standard di istruzione richiesti per le nuove assunzioni. Tutto questo probabilmente genererà crescenti tensioni sociali, con ripercussioni che arriveranno a colpire l’economia dei singoli stati e dell’Europa in generale. È importante anche sottolineare l’attuale situazione del mondo del lavoro. Anche se i giovani laureati dimostrano spesso notevoli capacità, in genere le loro competenze tecniche non vengono ancora considerate sufficienti per soddisfare le richieste del mondo del lavoro nel quale hanno difficoltà ad inserirsi, nonostante la loro maggiore disponibilità al sacrificio in materia di contratti. Sono, infatti, sempre più i giovani che sono pronti ad accettare contratti a tempo determinato o contratti part-time. La conseguenza è che i giovani non vedono riconosciuta la preparazione acquisita e nelle prime esperienze lavorative sono spesso sottopagati, soprattutto se si considerano le rette universitarie. Sintomatico è anche il cosiddetto fenomeno della "fuga dei cervelli", l’emigrazione dei neo-laureati italiani verso altri Paesi, causato dalla scarsità dei fondi messi a disposizione della ricerca, dal mancato riconoscimento delle capacità dei laureati e dalla carenza di strutture. Tuttavia i giovani non devono abbattersi per questa situazione, ma devono cercare di migliorare la propria preparazione per avere sempre maggiore competitività nel mondo del lavoro. Il quadro presentato non è molto incoraggiante per il futuro. Tuttavia i margini di tempo per porre rimedio agli errori fin qui commessi ci sono. La palla passa alle istituzioni. Toccherà a queste cercare provvedimenti che siano in grado di recuperare l’attuale gap che ci separa dal resto d’Europa. Forse questo problema non si risolverà dall’oggi al domani, ma bisogna impegnarsi da subito affinché l’Italia abbia la stessa dignità di un qualsiasi altro Paese europeo. Alessio Falace |
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