anno scolastico 2005/2006

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Prima e dopo la morte le ultime foto del Che

Immagini inedite dell'esecuzione di Guevara scattate dal pilota dell'elicottero, custodite da uno 007 boliviano

 

Scattate dal pilota dell’elicottero, custodite da uno 007 boliviano Le ultime foto del Che sfuggite all’agente CIA Immagini inedite dell’esecuzione di Guevara L’ultima immagine da vivo è quella di un prigioniero: ferito, accovacciato a terra, i capelli arruffati, i polsi legati da una corda. Ernesto «Che» Guevara sta per morire e nuove fotografie raccontano adesso le sue ultime ore. È l’8 ottobre 1967. Circondato nella selva boliviana dalle forze speciali addestrate dagli Usa, il guerrigliero è caduto. Colpito alla gamba, il fucile spaccato da una pallottola, i combattenti della sua pattuglia uccisi o dispersi. Gli resta accanto il compagno Willy Cuba, con lui fino alla «cella» nel paesino di La Higuera: l'aula di una scuola in disuso scelta dal capitano Gary Pardo per custodire il prigioniero fino a nuovo ordine. La decisione di La Paz arriva il giorno dopo: il «Che» deve essere giustiziato. Il colpo di grazia tocca al sergente Mario Terán. È a lui che il guerrigliero avrebbe detto le sue ultime parole: «Stai uccidendo un uomo». Mitragliato alle gambe, quindi una pallottola al cuore, Ernesto Guevara muore. Tre le nuove immagini dell’esecuzione. La prima: due militari boliviani puntano i fucili contro il corpo già insanguinato. Un' ipotesi è che la foto sia scattata durante la sparatoria e che il «Che», morente, debba ancora ricevere il colpo finale. Le ultime versioni di quei momenti raccontano di una grande indecisione tra i soldati boliviani: nessuno vorrebbe macchiarsi dell’uccisione dell’eroe rivoluzionario. Il «boia» alla fine viene scelto a sorte: il sergente Terán pesca la pagliuzza corta e preme il grilletto. Nella seconda immagine, un militare è accovacciato accanto al «Che» ormai morto. Infine, nella terza, il volto tumefatto del cadavere, gli occhi socchiusi, ripreso in primo piano. Il corpo via elicottero arriva nella lavanderia del piccolo ospedale di Vallegrande ed è esposto ai flash dei fotografi. Tra tutte, la celebre immagine da Cristo deposto scattata dal boliviano Freddy Alborta: il «Che» a torso nudo, il capo leggermente sollevato, gli occhi aperti. Prima di quella foto, però, n’esistono delle altre: il cadavere sulla barella, quindi accanto all’elicottero. Dall'immagine si vede che gli occhi sono chiusi: a riaprirli e a mostrarli così ai giornalisti a Vallegrande sarebbe stato il vento lungo il tragitto. L'ultimo «Che» Guevara: prima e subito dopo l’esecuzione. Il quotidiano argentino Clarín ricostruisce, ancora una volta attraverso le immagini, i tasselli finali della vita (e della morte) del rivoluzionario più fotografato del mondo. A raccontare il ritrovamento delle sei foto del «Che» è lo scrittore Mario «Pacho» O' Donnell. Psichiatra di Buenos Aires, O' Donnell da anni si dedica alla storia argentina, con una passione particolare per le vicende di Ernesto Guevara (tra gli ultimi libri: Che, la vida por un mundo mejor). In base alla sua ricostruzione, ad avere in mano la pellicola, e a farla poi sviluppare, è stato Federico Arana Serrudo, nel 1967 capo della G2, i servizi segreti militari boliviani. Come il rullino sia finito ad Arana è, però, vicenda più complicata. O' Donnell ci arriva dall’elicottero. Sul velivolo che si sta dirigendo verso la prigione del guerrigliero c'è posto solo per due persone: salgono a bordo il colonnello Centeno Anaya e l'agente della CIA Félix Rodríguez, sotto la falsa identità di Félix Ramos, capitano dell’esercito boliviano. Resta a terra il colonnello Saucedo Parada che incarica allora il pilota, Niño de Guzmán, di scattare delle foto di Guevara ancora vivo. L'apparecchio, però, viene messo fuori uso dall’agente CIA, che apre al massimo l’obiettivo per sovraesporre gli scatti, in modo che gli unici documenti sulla vicenda alla fine siano quelli in mano all’intelligence Usa. Lo 007 non sa, però, che il pilota ha con sè una macchina fotografica personale. E con questa prende le immagini finali del «Che». Il rullino sequestrato dall’esercito boliviano finisce negli uffici d’Arana Serrudo. Per ricomparire, alla fine, dopo quasi quarant'anni, prima in Colombia e, quindi, sulle pagine del quotidiano argentino.

(Corriere della sera-Alessandra Coppola)

                                                                                                                                                

TUTOR: prof.ssa Luciana Baldassari

ALUNNI CLASSE IV I

Emanuele Bezzeccheri

Mario Luca Capasso

Alessandra De Simone

Ermanno Guarino

Giuseppe Lamberti

Raffaele Natella

Alfonso Roscigno

Alessandro Scannapieco

Manuel Sorrentino

ALUNNI CLASSE III I

Sara Apicella

Cristian Adinolfi

Immacolata Bove

Roberta Ferrara


Il commento

Il logo della Coca – Cola e la figura del CHE

Le icone che hanno influenzato la seconda metà del secolo scorso sono sicuramente il logo della Coca-Cola e la figura di Ernesto “Che” Guevara. Le due immagini rappresentano il bipolarismo della nostra società di massa, divisa tra chi segue la moda e le tendenze che vanno per la maggiore, screditando la propria personalità e diventando un pezzo inutile di un puzzle già completo, e chi invece insegue fedelmente i propri ideali, che oggi potrebbero sembrare utopici e troppo lontani dalla comune visione della società. Questo articolo riporta al centro del discorso la figura del “Che”, mito del nostro tempo, presentando un aspetto del suo essere che è stato volutamente dimenticato: la sua umanità. Noi giovani europei vediamo in quest’uomo modello di coerenza, coraggio e forza d’animo, in forte contrasto con il modo di pensare e di agire propostoci dal nostro sistema socio-economico. Nel corso degli anni i media hanno fatto sì che la figura del Che divenisse un qualcosa di leggendario, rendendo cosi i suoi ideali e il suo sogno d’uguaglianza e libertà qualcosa di non più suo, qualcosa d’irrealizzabile. La larga diffusione dell’immagine del Che e di ciò che essa rappresenta ha fatto sì che una larga schiera d’industriali abbia sfruttato questa icona per vendere una impressionante quantità di gadgets, mettendo in moto una poderosa fonte di guadagno. La produzione in serie ha portato la figura del Che ad essere un’icona senza storia ed avulsa dal suo contesto, che ora, sorridendoci invitante come in uno spot pubblicitario, non ci ricorda certo gli ideali che rappresenta. Le ultime immagini della sua esecuzione, apparse sul “Corriere della Sera” del 7 Febbraio 2006 invece, ci presentano l’uomo Che Guevara, forse dimenticato, ritratto nel suo dolore e nelle sue paure. La visione di queste foto ha suscitato emozioni differenti soprattutto in noi giovani, che vedevamo in quest’uomo un modello impenetrabile e imperturbabile, anche per questo troppo lontano dall’odierna realtà. Nel nostro immaginario avevamo creato l’immagine di un uomo sempre fiero, sicuro di sé e quasi intoccabile da qualunque forma di sconfitta. Vederlo ora con il suo viso di morte ci fa capire la vera essenza del Che.

Se fino ad ora lo avevamo considerato nelle sue vesti d’icona universale, riavvicinarlo alla nostra dimensione ci può aiutare a farlo rientrare nella sua. Così, rivalutando la grandezza del suo personaggio, possiamo valorizzare in modo genuino i suoi ideali e credere ancora nella loro realizzazione. Ai molti che reputano l’uguaglianza sociale un sogno, il “vero” Che direbbe che l’impegno comune e totale renderebbe questo “abbaglio” una certezza inattaccabile, perché l’uomo che insegue il sogno alla fine lo raggiunge. La figura del Che ha inciso tanto sulla storia moderna, e tanto può ancora incidere, insegnando a tutti gli uomini che la libertà, che è vera solo se di pensiero, è il valore più importante, da difendersi anche con le armi. Solo in questo modo possiamo non essere sottomessi ad un sistema sfuggito al controllo dei suoi creatori, che mira ad azzerare il nostro io più intimo. Se il Che fosse oggi ancora vivo direbbe a noi ragazzi, futuro di belle speranze: “Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. E’ la qualità più bella di un rivoluzionario.” Il Che, però, è stato assassinato, ma anche nel silenzio della morte oggi si urla il suo messaggio più forte che mai.

Emanuele Bezzeccheri

Mario Luca Capasso