anno scolastico 2005/2006

ART

le manifestazioni artistiche che consigliamo

QUINTA B

 

LA GRANDE GUERRA DEGLI ARTISTI

 

Firenze, Museo Marino Marini

fino al 25.III.2006

La guerra che infiamma gli animi. Che distrugge e genera miseria. A novant’anni dall’intervento italiano nella prima guerra mondiale, il dramma rivive attraverso gli occhi degli artisti...

giovedì 26 gennaio 2006

È un turbine d’idee e sentimenti contrastanti, quello alimentato dalle opere esposte al Museo Marini, in occasione dei novant'anni dall’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale. La mostra, curata da Nadia Marchioni, ricostruisce, infatti, le speranze e la tragedia di quell'esperienza bellica, e lo fa attraverso una prospettiva particolare. Quella degli artisti, che ne furono osservatori o partecipi, propagandisti o critici. 150 le opere esposte, fra dipinti, sculture, disegni e incisioni, per un’emozionante rassegna sul profondo sconvolgimento delle regole, dello status quo, generato da una guerra che non aveva precedenti. L’esposizione, dotata di un allestimento efficace e corredata da didascalie sintetiche ma pregnanti, si apre con la sezione dedicata ai futuristi. L’entusiasmo interventista d’artisti come Carlo Carrà (Manifestazione interventista, 1914), Filippo Tommaso Marinetti (Battaglia a 9 piani, 1915), Fortunato Depero (Paesaggio di rumori di guerra, 1915) e Giacomo Balla (Linee Forza Aereo Caproni, 1915), ricorda quanto l’idea di una guerra immaginata possa essere ammaliante e seducente. Salvo poi arrivare al confronto diretto con la guerra vissuta, dove emerge “il contrasto fra l'illusione di una guerra rapida, meccanica e agilissima [...] e la fangosa guerra di posizione vissuta giorno dopo giorno, dai fanti, nelle trincee". Proprio in questa prospettiva si collocano, ad esempio, i ritratti realizzati sul fronte da un pittore-soldato come Mario Sironi, la cui fede futurista vacillò al cospetto di una realtà ben diversa da quella immaginata, come documentato nel bel catalogo curato della stessa Marchioni.

 La mostra prosegue, quindi, con le sezioni dedicate all'iconografia bellica (Giulio Aristide Sartorio, Italico Brass, Osvaldo Licini) e alla propaganda. Una propaganda feroce e univoca, come quella di Cipriano Efisio Oppo su L'idea Nazionale, cui pareva contrapporsi un solo esempio: il pacifismo progressista delle vignette che Giuseppe Scalarini disegnava per “L’Avanti”. A conclusione del percorso espositivo, il mito e la celebrazione, con opere come Il reduce che Ardengo Soffici realizzò nel 1929-30 o quelle dedicate alla figura di Cesare Battisti da Carlo Barbieri e Carrà negli anni Trenta, quando l'orgoglio nazionalistico, sull'onda del risentimento per la vittoria "mutilata", portava già in grembo i presupposti per la nuova e più grande tragedia della seconda guerra mondiale.

 

Gio Ponti e Lisa - L’angolo e l’angelo

 

Milano, Bel Art Gallery

fino al 18.II.2006

Il tratto come osmosi. La spiritualità dell’angolo e la carta mitigata dall’istinto figurativo. La matita scrive e la rapidità scende a taccuino. Benvenuti in famiglia, tra Gio Ponti e sua figlia Lisa...

giovedì 9 febbraio 2006

Lisa Ponti ha scritto, vissuto e partecipato sulla scia e al di là del solco paterno. Una simbiosi artistica, quella con Gio Ponti (Milano, 1891-1979), che ha lasciato il suo segno indelebile, senza cicatrici marcate. Un legame, il loro, che comunque non ha schiacciato la bimba-Lisa, cresciuta gioiosa e mai troppo adulta. Dell’architettura paterna la figlia ha scoperto le proporzioni dei progetti, le flessibilità dei concetti, le possibilità dei piani e le volumetrie scontrose degli angoli. Ma il motivo che l’ha cresciuta, senza più abbandonarla, è stata la rapidità del linguaggio, quello di chi immagina, e di getto schizza. Quel codice proprio di chi butta giù per fermare il pensiero, come stasi allo stato di chiarezza. Esposto alla Bel Art Gallery, infatti, è soprattutto questo. Cinquanta disegni, messi a finestra, senza filtri, soffi lievi sospinti dalla matita. Sono acquerelli, bozze e collage morbidi, sempre in linea con le nuvole e gli angeli. Chi andrà da spettatore attento potrà soffermarsi anche su pezzi d’archivio di Gio Ponti: studi di progetti come la cattedrale di Taranto, il grattacielo Pirelli e villa Planchart.

Sono schemi di stile architettonico ed analitico sul modello ideale della cattura dell’istante creativo. Ognuno di questi disegni rappresenta il risultato di una ricerca ciclica e mai stanca, quella della necessità dell’impressione. Nella poetica di Lisa, però, l’estetica cambia. La parola entra, crea frasi, ferma discorsi, ma poi nasce il tratto, per imprigionare il concetto, sublimandolo. La strada della grafite allora si fa netta e la carta bianca viene plasmata quasi come materia, non più come supporto. In questo modo il segno viene vivisezionato, supportato da un’autonomia linguistica che costruisce identità senza retorica. Donando, alla fine, una forte, anche se figurativa, riconoscibilità. Sulla soglia della ricerca, quindi, si fa avanti la nettezza, sprigionata dal candore primo dell’appunto che illumina. Un limbo in bilico tra immaginario e immaginazione. Un modo di esprimersi, per dirlo con le parole di Lisa Ponti, quasi performativo. Perché dietro permane un meccanismo compositivo che fa di un’opera d’arte un momento. Non solo nitore geniale dell’idea, che segue il discorso e lo anticipa a segno, ma soprattutto coscienza di superficie. Quella che, con salti di vocali, scambia angoli per angeli.

(www.exibart.com)

 

TUTOR: prof. Carmine Buonocore

 

ALUNNI CLASSE V B

Ariodante Stefano

Coppola Ida

De Angelis Alessandra

Figliola Leanne

Guadagni Rosalinda

Quattrucci Francesca

Ruggiero Monica

Scielzo Enrico

Siani Serena

 

 

   

Il commento

Il cammino dell’uomo:

tra arte e storia

Il cammino dell’uomo è sempre più difficile; egli è nato e da sempre vive il suo presente, ricorda il suo passato e non può fare a meno di pensare al suo futuro; un futuro pieno d’incertezze, di paure e di speranze, che sembra cercare continuamente conforto nel fatto che quello che è passato ha lasciato una traccia indelebile che a qualcosa deve pur essere servito. Nonostante tutto ciò sia vero, basta che per un attimo si guardi intorno e capirà che non è proprio così. Tutto ciò che lo circonda sembra oggi più che mai urlargli contro che tutto sta andando irrimediabilmente alla deriva: ambiente, leggi, società, paesi interi. Sarebbe dunque troppo bello pensare che la storia insegni qualcosa, un qualcosa che possa almeno in parte rendere questo cammino meno tortuoso? Potrebbe sembrare un’utopia, anzi, probabilmente lo è, ma certo non si può non accorgersi che tutto sembra essere un momento già vissuto, un’epoca già passata, un mondo già visto in cui l’uomo è come continuamente calato nella sua trincea, in attesa di qualcosa che forse non arriverà mai, in attesa di una sirena che lo svegli da questo sonno eterno che da troppo dura, una sirena che per una volta non lo porti ad avere paura, ad attaccare il suo simile, a combattere una guerra di cui non comprende i veri motivi ma solo ad avere un po’ di fiducia. Fiducia. In sé, nelle sue capacità, in quello che verrà, e perché no, nella sua storia. Da troppo lo si vede vagare, così troppo che sembra quasi sia stato sempre così, insicuro, impaurito e soprattutto sfiduciato, immerso in una continua ricerca, una ricerca estenuante che sembra rivolta all’esterno ma che in realtà altro fine non ha se non quello di fargli prendere possesso di se medesimo, una ricerca che è soprattutto sofferenza; una sorta di parto, un turbolento percorso che lo porti alla creazione di una certezza, un lavoro che può essere paragonato al travaglio di un artista che si accinge alla creazione della sua opera d’arte, sia essa pittura, musica, poesia. Si tratta comunque di un modo per trovarsi, per comunicare con un mondo troppo occupato, offuscato e immerso nel suo rumore, frastuono continuo di un treno in corsa verso l’abisso che altro non fa che passare e portarci con sé in questa sua irrefrenabile corsa. Eppure ad un tratto, improvvisamente tutto sembra fermarsi e anche se per un solo istante tutto sembra chiaro, limpido e rispondente ad un senso che non può essere spiegato ma semplicemente percepito. Tutto diviene angeli e nuvole. E così tutto si ferma in quei versi, tutto si placa in quel colore e tutto sembra unirsi in quel suono, tutto scorre e si amplifica, oltre lo spazio ed il tempo come se tra i soldati delle guerre ci fossimo anche noi, come fossimo tutti una sola vita, in viaggio verso l’ignoto, costantemente alla ricerca della felicità e sempre trascinati verso un’interminabile progresso che ci ha illusi per troppo tempo di poter spiegare tutto, di curare ogni nostra ferita; e così noi, suoi figli prediletti siamo stati traditi da una madre fredda e senza cuore che molto spesso non ha fatto che peggiorare questa nostra condizione proprio nel momento in cui più valido faceva sembrare il suo aiuto. Basti pensare alle guerre mondiali, guerre del progresso, nate con lui e combattute per lui. Basti pensare alla nostra realtà quotidiana che non lascia spazio ad un angolo di riflessione, un attimo di riposo, un po’ di pace per questo povero cuore che l’uomo si ritrova e che con tutto se stesso cerca di esprimere e confrontare con altri cuori come il suo, d’altri paesi, d’altri tempi, eppure così vicini, per arrivare a capire poi che in fondo nulla e stato come egli ha idealizzato, per ritrovarsi così di fronte alla straziante conclusione che questa è la realtà e che quest’ultima va presa appunto per quella che è, istantanea di un eterno attimo folgorante. Eppure tutto questo non deve generare sconforto, non può l’uomo arrendersi e non può nemmeno dirsi ch’egli debba andare avanti perché ora la questione è fermarsi un attimo, prendere coscienza di sé, ritrovarsi, cercare di capire che come noi tutti quelli che ci hanno preceduto hanno bene o male attraversato gli stessi problemi e che quindi dobbiamo fare della cultura un bagaglio indispensabile, per guardare meglio al futuro, vivere meglio il passato, grazie ad un uso più consapevole di ciò che e passato. Chissà se alla fine potrà mai accadere di vederlo smettere di commettere sempre gli stessi errori, di iniziare a dare importanza alla comunicazione e al dialogo, alla voglia, al forte bisogno che egli ha di far sentire la sua, nel totale e indiscusso rispetto dell’altro. Chissà se tutto quello per cui da tempo molti prima di noi si sono battuti sarà finalmente compreso e l’uomo possa così arrivare se non proprio alla felicità, almeno alla tranquillità perché mai come in questo periodo ogni cosa è da lui sfruttata come strumento per mostrare un disagio, una condizione penosa, facendo perdere così a quelle che erano vere forme d’arte la loro grandezza reale.

Serena Siani V B